
Autore: Maria Antonietta Grassi
L’amaretto è un pasticcino a base di pasta di mandorle,
fatto con zucchero, bianco d'uovo, mandorle dolci e mandorle
amare e armelline, diffuso in tutte le regioni d'Italia.
Nati
in Italia nel medioevo, verso la fine del XIII secolo si
sono diffusi nei paesi arabi e, durante il rinascimento, in
tutta Europa. Oltre alla produzione italiana, in particolare quella di
amaretti fatti con mandorle amare di Sardegna e quella lombarda,
vanta grandi tradizioni quella Francese, soprattutto in Lorena e
nei Paesi Baschi.
Di
questo dolce esistono principalmente due versioni: l'amaretto tipo Saronno,
croccante e friabile, e l'amaretto tipo Sassello, morbido e più simile
al marzapane. Entrambi hanno forma tondeggiante, come una piccola calotta,
e la superficie screpolata.
NOTA BENE: L’alcool
contenuto nel passito con la cottura evapora completamente per cui la torta può
essere consumata anche dai bambini o dalle persone che non possono assumere
alcool.
Essendo un frutto non "climaterico", una volta staccato dalla
pianta interrompe la sua maturazione, solo la buccia cambia colore ma non la
polpa e il contenuto zuccherino.
Ancora oggi è usanza per le tribù autoctone delle isole Hawaii donare
questo frutto ai giovani che hanno compiuto un passo importante come simbolo di
successo .
Nel mondo è il frutto in scatola più consumato.
"Polenta, sempre polenta",
così esclamano gli anziani di molti paesi, a ricordo dei tempi in cui il
tradizionale piatto confezionato col mais, veniva consumato con poche varianti
a colazione, pranzo e cena. L'immagine emblematica evocata da Beppe Fenoglio
nella sua (e nostra) passata "Malora", della fetta di polenta
strofinata sull'acciuga e appesa a un cordino al centro della tavola, diventò
l'icona del mondo povero contadino. La sua produzione rappresentò per tante
comunità un importante mezzo di sopravvivenza.
I testimoni però concordano
tutti su una cosa: quella di una volta era diversa da oggi.
Quella dura, fatta con farina grossolana contenente ancora un po' di
cruschello, si metteva nel latte a pezzi o a fette. Da polenta e latte emanavano
i profumi agresti di vaccino, di formentone e di lisciva proveniente dal
sacchetto di candida tela in cui era conservata la farina gialla dentro al
farinajo o cassamadia, insieme ai sacchetti dei ceci e delle lenticchie.
I piatti più elaborati la volevano
"concia" (sistemata in un tegame con formaggio, burro, e
passata in forno), oppure "acomoda" (unita bollente a burro, toma,
cannella e noce moscata). Diffuso in tutto il pinerolese era il consumo della
polenta con il vin cheuit,
ossia un "vino" di mele. Posto in un recipiente, lo si faceva bollire
per almeno 10-12 ore a fuoco lento. Bollendo, il succo tendeva a solidificare
e, a cottura avvenuta, si gonfiava e diventava molto denso. In occasione
dell'uccisione del maiale, era consuetudine accompagnare i budin (sanguinacci)
e la Fricasà (frattaglie
fritte) con polenta.
In Piemonte, grazie al
"Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale dello Stato
Sabaudo" (Casalis, 1838) è possibile risalire a tutti i comuni delle tre
grandi aree in cui si concentrava il massimo della produzione: il Canavese, la
bassa Val di Susa e la pianura compresa fra Torino e Pinerolo.
L'abbandono delle montagne e il declino del mondo rurale sono un altro fattore
che ha portato alla diffusione della monocoltura di poche varietà, destinate
quasi in via esclusiva all'alimentazione animale, per il consumo di carni e la
produzione di latte.
Per fortuna però, rispondendo
ad una rinata attenzione per il cibo buono e locale, grazie a singoli
contadini, mugnai, associazioni, gruppi d'acquisto, piccoli comuni, la
selezione-produzione-riproduzione di alcuni di questi mais è stata ripresa. In
provincia di Torino se ne contano a tutt'oggi sette, ben distinguibili:
il Pignoletto giallo e rosso del Canavese, l'Ostenga bianco del
Canavese, il Nostrano dell'Isola, l'Ottofile bianco, giallo e rosso
dell'Albese. Le sette varietà, iscritte al Registro
Nazionale delle Varietà da Conservazione della Regione Piemonte, sono molto
diverse l'una dall'altra, ognuna adatta ad un uso specifico.
Tratto da - Piemonte parchi
Autore: Loredana Matonti